La stessa sequenza di Philogames può essere utilizzata oltre che per i pazienti “con engrammi primitivi” anche per i soggetti in cui i parametri “posturali” non sono suggestivi, ma gli aspetti emozionali creano sintomi, comportamenti o affetti che non trovano pieno sviluppo nei percorsi psicoterapeutici. In altre parole, i pazienti che giungono ad utilizzare questa tecnica non necessariamente arrivano da visite posturali; parleremo di un caso in cui l’emergere di un episodio specifico durante i colloqui psicoterapeutici giustifica l’utilizzo dei Philogames al fine di sbloccare un’impasse del percorso.

Daniela

Daniela giunge in terapia nel pieno di una crisi matrimoniale, sotto minaccia di un’imminente separazione che ella intendeva assolutamente evitare.

Dai colloqui era parso evidente quanto fosse cresciuta all’interno di una famiglia altamente simbiotica che non le aveva lasciato nessuno spazio di crescita autonoma; modalità relazionale che aveva ripetuto poi nel matrimonio, tanto che a 40 anni era incapace di pagare una bolletta o staccare un assegno. Accomodante e acquiescente in famiglia, risultava invece livida e rancorosa sul lavoro, al punto che, protetta dal licenziamento grazie ad un contratto a tempo indeterminato, era stata costretta a cambiare spesso reparto.

Viveva dunque costantemente nello schema attacco/fuga/congelamento, incapace di filtrare gli stimoli che ad un certo punto la sopraffacevano. E, nonostante l’impegno reciproco in terapia e la presa di coscienza dell’origine di questa dinamica, non riusciva ad uscire dalla coazione a ripetere ogni volta che si riproduceva l’innesco emozionale.

È chiaro che, dal punto di vista della mia professione, l’approccio non poteva che riguardare la dinamica delle emozioni, ma la situazione inamovibile mi fece valutare un aspetto anamnestico prima non particolarmente considerato: Daniela era nata prematura, rimasta in incubatrice, con alimentazione artificiale, per mesi, arrivando ad un contatto materno presumibilmente molto tempo dopo la sua nascita.

Quale tipo di percezione possa aver interiorizzato non è dato a sapere, ma visto il non procedere del nostro lavoro le consigliai di iniziare il percorso dei Philogames sotto la mia supervisione.

Come da abitudine terapeutica già stabilita in questo lavoro integrato, tali sedute precedevano di un giorno i nostri incontri.

Questa modalità è altamente strategica perché la tecnica di ripercorrere gli engrammi primitivi può consentire di caricare gli insights (la comprensione razionale) raggiunti attraverso la psicoterapia con emozioni sconosciute o nuove modalità reattive. Una caratteristica di queste intuizioni, però, è la loro estrema volatilità, per cui la seduta psicoterapeutica eseguita strategicamente in un tempo subito successivo permette di cogliere, fissare e integrare somaticamente queste aperture.

In particolare, il Philotrainer che seguiva Daniela e con cui si era stabilito, come di consueto, un canale di comunicazione durante la terapia combinata, mi riferiva la difficoltà di superare i primissimi stadi degli esercizi (quelli dove è ancora attivo il Fear Paralysis Reflex: le reazioni metaboliche allo stress), come a conferma che gli engrammi non interiorizzati fossero in epoca ancora lontana dal parto.

Per Daniela, il solo visitare queste dinamiche metaboliche e corporee primitive, senza peraltro essere riuscita ancora a superarle nella sequenza dei Philogames, già le consentiva di passare dalla comprensione razionale a qualcosa che era fisico e veniva riconosciuto come parte del Sé. E se il progredire dei Philogames è rimasto per molto tempo ancora faticoso per tutta la parte metabolica e arcaica, nelle sedute ella mi riportava i cambiamenti che stava riscontrando nella vita affettiva, di relazione e professionale. La situazione ha continuato ad evolversi e le sedute dove “non succedeva niente” diventavano piano piano ormai solo un ricordo. Questo passaggio è difficile da spiegare; forse la definizione che ne dà Daniela meglio rende questo cambiamento allo stesso tempo impalpabile quanto concreto: “Un conto è capirlo, un conto è sentirlo”.

Va considerato anche un altro fatto. Contrariamente a quanto era accaduto per la parte primitiva, nella fase successiva dei Philogames, Daniela affrontò e superò i riflessi posturali senza alcuna difficoltà (del resto era stata proprio la sua prontezza fisica a non farmi considerare inizialmente un suo invio ad una visita posturale); è difficile spiegare come fosse possibile contraddire la sequenzialità della maturazione psicofisica. Forse la forza vitale di Daniela, quella stessa che l’aveva tenuto in vita anche nelle condizioni critiche iniziali, le aveva fornito la sua più che efficiente capacità fisica.

Qui ci può essere d’aiuto il riferimento ad un grande psicoanalista, nonché pediatra, Donald Winnicott, che tra gli anni ’50 e ‘70 del secolo scorso affermava: “la base di tutte le teorie circa lo sviluppo della personalità umana è la continuità della linea della vita, che presumibilmente comincia prima della vera e propria nascita”. Egli ha creato la parola psiche-soma per indicare l’esistenza di una mente incarnata nel corpo e di un corpo che è la persona: il soma è la percezione interiore del proprio corpo. Con le parole di Winnicott, all’esordio della vita “Quello che abbiamo è una manciata di anatomia e fisiologia e a questa si aggiunge il potenziale di evolvere in una personalità umana”. Fenomenologicamente, tutto ciò si manifesta come l’espressione della vitalità individuale: la pienezza del senso di fame e sazietà, il buon tono muscolare, la coordinazione motoria e altri aspetti simili riflettono la vita psichica della persona, che trova la sua primaria espressione nel corpo vivo. La sua tendenza ad abitare il corpo e, viceversa, la tendenza del corpo ad abitare la psiche, è innata, anche se, alla nascita, il bimbo alterna momenti d’integrazione psicosomatica a stati di non integrazione: l’osservatore esterno vede una unità, ma dall’interno c’è solo un insieme di fasi motorie e di percezioni sensoriali che si alternano a stati di riposo.

Ora, nel viaggio del bambino verso l’autonomia, Winnicott ha isolato tre principali conquiste: l’integrazione (la manciata di anatomia e fisiologia che evolve in una personalità, di cui sopra), la personalizzazione (l’acquisizione di uno schema corporeo personale) e gli inizi della relazione con la madre prima, con gli altri poi; ma tali conquiste non sono necessariamente consecutive (come ben ci ha mostrato Daniela): sono processi interdipendenti che in parte si sovrappongono. Quel che rimane inamovibile è il punto di partenza: l’esperienza inizia con l’enterocezione.

Le più recenti acquisizioni neuroscientifiche, mi riferisco in particolare a Georg Northoff, confermano quanto ipotizzato da Winnicott. Potremmo dire che il bambino alla nascita percepisce le più svariate sensazioni interne, quali il mal di pancia, la fame o il gusto di un cibo. Le sensazioni, che sono molte e variegate, si legano facilmente alle emozioni: il lenzuolino può essere liscio, ma anche piacevole, oppure freddo e fastidioso; la pappa può essere calda e buona, oppure bollente e sgradevole. Così, ogni sensazione dà origine a un codice duale di registrazione. Piano piano, il codice si allarga e investe lo sviluppo cognitivo, portando il bambino a costruire relazioni fisiche e matematiche: la pappa oggi era più buona di quella di ieri, per cui incomincia ad esistere un prima ed un dopo; oppure è meno di quella di ieri, dunque è poca, e poco è meno di quello che ci si aspettava, quindi c’è un’aspettativa insoddisfatta. Così, gradualmente si sviluppa la cognizione dello spazio e del tempo, sempre collegata ad un’affettività: “andiamo fuori più tardi” può essere un’attesa frustrante; stare vicino alla mamma vuol dire ricevere coccole, e le coccole sono piacevoli, e così via: sensazioni, emozioni e cognizioni sono strettamente correlate. Contemporaneamente, l’interazione con l’ambiente permette al piccolo di distinguere tra il mondo interno e quello esterno: ad esempio, il mal di pancia è una sensazione che appartiene al bambino, mentre la carezza di una mano proviene dall’esterno e può essere attesa o, in alcuni casi, indesiderata.

Dunque, il primo nucleo del Sé è viscerale e fondato sull’enterocettività, ma si arricchisce gradualmente attraverso il contributo dell’esterocezione (la terza conquista di cui parlava Winnicott). Come osserva Daniel Stern: “Le ricerche suggeriscono che il neonato è un organismo la cui capacità di reagire agli stimoli è centrata e sintonizzata verso un dialogo percettivo-affettivo-motorio con la madre.” Questa prospettiva introduce il concetto di allineamento relazionale, descritto dai neuroscienziati come: “Un continuum neuro-ecologico tra il cervello e il mondo esterno, che prende forma dal primo incontro relazionale con la figura di accudimento e dalla sua capacità di sintonizzarsi con la mente e il cervello del bambino. In un ambiente sicuro, il cervello del bambino inizia a partecipare attivamente al tempo e allo spazio del mondo, grazie all’allineamento relazionale con la struttura temporo-spaziale della realtà animata e inanimata” (Scalabrini, Mucci, Northoff, 2018).

In questo contesto, i riflessi primitivi rappresentano le prime manifestazioni di integrazione sensomotoria nel neonato, integrazione che è cruciale per la regolazione emotiva, poiché, andando a ridurre il sovraccarico neurologico legato alle risposte automatiche, favorisce un’elaborazione sensoriale più efficiente.

La persistenza dei riflessi primitivi oltre il periodo fisiologico, invece, può interferire con la regolazione emotiva, generando un “rumore di fondo” nel sistema nervoso, che ostacola il corretto funzionamento delle reti sensoriali e può tradursi in difficoltà sia nella regolazione che nell’interpretazione degli stimoli sensoriali, compromettendo tanto la capacità del bambino di interagire con l’ambiente, quanto le sue abilità di apprendimento: come già detto, sensazioni, emozioni e cognizioni sono strettamente correlate.

Costruire un sistema nervoso meno “rumoroso” può permettergli di sviluppare strategie più efficaci di autoregolazione emotiva, promuovendo un percorso di crescita più armonioso.

I giochi si rivelano però utili anche nei casi in cui non si riscontra una mancata integrazione di un riflesso primitivo: in un percorso psicoterapeutico in cui si siano ben comprese le motivazioni inconsce retrostanti alle dinamiche relazionali disfunzionali messe in atto dal paziente, a volte diventa necessaria quell’integrazione somatica che gli fa dire: “Un conto è capirlo, un conto è sentirlo”.